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martedì, 30 maggio 2006
Angela, Angela, angelo mio Io non credevo che questa sera Sarebbe stato davvero un addio Angela credimi, io non volevo
Angela, Angela, angelo mio Quando ti ho detto "io voglio andarmene" volevo solo vederti piangere perché mi piace farti soffrire
volevo farti piangere vedere le tue lacrime sentire che il tuo cuore è nelle mie mani
Angela, Angela, angelo mio Ma questa sera invece di piangere Guardi il mio viso in un modo strano Come se fosse ormai lontano
Ti prego Angela, no, non andartene Non puoi lasciarmi quaggiù da solo Non è possibile che tutt'a un tratto Io possa perderti e perdere tutto
Angela, Angela, angelo mio Io non credevo che questa sera Sarebbe stato davvero un addio Angela credimi io non volevo
Angela, Angela, angelo mio Ti prego, no, non andar via Angela, Angela, angelo mio Ti prego.*
E così gli aveva chiesto di mostrarle la pistola. Vide dalla webcam che stava sorridendo. Si era alzato ed era andato via. Era tornato dopo alcuni minuti con una calibro nove lucente, aveva tolto il caricatore e glielo aveva mostrato. La pistola era più grande della mano che la impugnava e aveva almeno due tonalità diverse di grigio: uno per la canna e l'altro per il calcio.
Un brivido le aveva percorso la schiena, inaspettatamente.
*Angela - La Crus
domenica, 28 maggio 2006
Non è che oggi si potrebbe scegliere di stare da un'atra parte.......
..........no eh?
GIARDINI AD ALPHABET CITY.
Su Repubblica di oggi, nella sezione riguardante le letture, viene presentato un libro che racconta una storia per immagini. La storia in realtà non riguarda altro che la creazione di piccoli giardini, spazi verdi in un’ambientazione davvero improbabile come è quella la Lower Est Side, zona un tempo ultra-degradata di Manhattan ed ora sottoposta a questa speciale riconversione urbana. Si tratta di una sorta di riappropriazione degli spazi rendendoli gradevoli e vivibili, fruibili dai cittadini, dai bambini. I giardini sono curati da volontari che si dedicano alla realizzazione ed alla manutenzione di questi spazi. Sono aree talvolta piccolissime ma che rappresentano delle vere e proprie oasi all’interno di un contesto che fino a non troppo tempo fa, era costituito da un’urbanizzazione selvaggia e senza scrupoli. Certo le cose dal punto di vista “costruttivo” non sono cambiate di molto, rimangono grandi palazzoni grigi o di mattoni rossi, lotti di terreno abbandonati a sé stessi dove le macerie di vecchi immobili e il filo spinato la facevano da padroni. Qui si trovano sempre più spesso gruppi di privati cittadini che vangano, rivoltano la terra, mettono a dimora piantine, arbusti, rampicanti che coprono brutture. E’ così che il paesaggio cambia appannaggio dei residenti e non solo.
Le foto comunque rendono bene l’idea, peccato non potervele mostrare.
Il libro dal quale sono tratte le immagini apparse su Repubblica è di prossima pubblicazione intitolato “Loisaida – NY Community Gardens” di Michela Pasquali Ed. A+M Bookstore .
venerdì, 26 maggio 2006
Perché sono faggio?
Perché sono carpino?
Nei boschi abruzzesi vidi una gran quantità di faggi, abbastanza verticalizzati con fronde poco aperte, in terra le foglie secche dell'inverno passato a fare da tappeto e nemmeno un filo d'erba. Ora capisco Shining con la neve immagine inversa a quella del bosco estivo. Nei pressi di T. , infatti, era estate e l'inquietudine che trasmetteva il bosco così lineare e, a suo modo, ordinato, era qualcosa di perfettamente in sintonia coi miei pensieri di allora - non tanto differenti dagli stessi che ho adesso.

Fagus Sylvatica*
E allora perché faggio? Perché è elegante anche se torto, anche se con pochi rami, corteccia dal colore della cenere e foglie coriacee che, tuttavia, sembrano una seta al tatto. Il faggio è un albero forte, inattaccabile, dal legno durissimo è indice di lungimiranza. Questo vorrei essere, cioè me lo sento affine anche se va a sbattere contraddittoriamente contro parti di me che sono tutt'altro. Nel bosco, il faggio, ha di che parlare coi suoi simili nelle ventose notti di fine estate.

Carpinus Betulus*
E allora perché carpino? Perché ha anch'esso un legno duro, con l'avanzare del tempo s'incurva come la schiena di un vecchio e produce onde lungo tutto il fusto. Una sorta di avvitamento. Un contorsionismo degno del più bravo dei circensi. Il carpino è un albero solitario a cui piace fare commenti senza che nessun altro abbia da controbattergli nulla. E' un albero che avrebbe mille cose di cui parlare ma vuol tenere tutto per sè.
Ecco perché sono faggio, ecco perché sono carpino.
Oserei dire un "Fàgino".
*le foto sono dei rispettivi proprietari (non io)

Davidia Involucrata (Albero dei fazzoletti)
la foto è di proprietà del proprietario (che non so chi sia ma è lui)
lunedì, 22 maggio 2006
Ho chiesto ai Cercis se mai conobbero un certo Giuda Iscariota.
Mi hanno riso in faccia.
venerdì, 19 maggio 2006
Ho pensato spesso di scrivere delle storie sugli alberi. Non in modo generico nè troppo professionale ma delle Storie.
Ogni albero ne ha una propria ma mi piacerebbe confonderla con l'immagine che ho io di una determinata tipologia di pianta.
Il Cercis Siliquastrum è chiamato "albero di Giuda"; sembra infatti che su un albero di Cercis si sia impiccato l'apostolo. Per Giuda è stata una scelta casuale o aveva deciso per quest'albero sedotto dal colore rosa intenso dei fiori a grappolo o del verde salvia delle foglie cuoriformi? Chi lo sa. E come si chiamava l'albero di Giuda prima di essere tale? La gente che passava davanti a questa pianta, prima dell'avvento di Giuda, come la chiamava?
Il Cercis Siliquastrum Forest Pansy a cosa mi fa pensare? Ad un Giuda che si impicca tra i rami di un albero delle foglie vermiglio screziato di verde in una giornata di vento col cielo limpido, bambini lontano che giocano e ridono distanti mille miglia dalla morte.
giovedì, 18 maggio 2006
Stamattina, tanto che arriva l'orario d'andare a scuola, andrò a zappare i Cercis Siliquastrum "Forrest Pansy", i Liquidambar Styraciflua "Rotundiloba" e "Aurea"........
se solo la macchina fotografica potesse rendere minimamente la bellezza di queste varietà........
martedì, 16 maggio 2006

colori
Ai ragazzi che guardano incuriositi la quantità di alberi viene in mente, in primis, una domanda del tipo: "ma le deve irrigare per tutta l'estate queste piante?". Dipende, faccio io, dipende da quanto sono qui. Se le ho piantate quest'anno è logico che le debba irrigare, non sopporterebbero tutta l'estate senza un goccio d'acqua ma se sono qui almeno da tre anni ovvio che no. Mi guardano un po' perplessi. Uno mi dice "ma io nel mio giardino le innaffio sempre, ho l'impianto gocciolante". Ed io rispondo: le piante dei boschi come fanno a sopravvivere senza?
domenica, 14 maggio 2006
Ossa nel deserto di Sergio Gonzales Rodriguez - ed. Adelphi
Dire che questo libro narra una storia sconvolgente è alquanto riduttivo. Riduttivo, certo perché non è una storia inventata bensì una sequenza allucinante di scomparse, di omicidi, stupri, violenze di un'efferatezza senza precedenti a danno di giovani donne. Il luogo è il Messico dal 1993 ai giorni nostri, una città di confine, Ciudad Juarez per l'esattezza, nello stato di Chihuahua. Una città dove il traffico di droga si mescola a quello dei clandestini diretti verso gli Stati Uniti. Ragazzine poco più che adolescenti, giovani donne, donne che prima scompaiono e, nella migliore delle ipotesi, vengono ritrovare a distanza di mesi in qualche campo a chilometri dalla città di appartenenza, seminude, i corpi straziati, irriconoscibili, orrendamente mutilati. Una storia che è vera e non è mai giunta alle nostre orecchie (non so, voi ne avete mai sentito parlare?) e della quale lo stesso stato messicano non riesce a cavarne un ragno dal buco. O meglio, non vuole cavarne un ragno dal buco per ovvie ragioni in quanto il sistema politico e giudiziario è colluso con il narcotraffico e lo spiega bene l'autore del libro riportando esattamente dati, circostanze, nomi, luoghi. Per questo motivo è stato più volte minacciato e a dovuto subire anche aggressioni che non gli sono costate la vita per un soffio. E molte altre persone che avevano cercato di approfondire le ricerche, hanno dovuto subire attentati e uccisioni di persone care. A tutt'oggi in carcere vi sono degli innocenti, persone che in alcuni casi sono state sottoposte a tortura per sottoscrivere una falsa dichiarazione di colpevolezza e salvare così i veri criminali che, di fatto, non sono ancora stati trovati.
Questa storia mi ha incuriosito a tal punto da farne una ricerca e internet, da questo punto di vista, è uno strumento insostituibile. Così, digitando su google Ciudad Juarez, ho trovato tra le altre cose questa sito che rappresenta un gruppo di persone costituitosi per dar voce all'emergenza "Ciudad" relativamente alla scomparsa di donne: http://www.mujeresdejuarez.org/. Questo gruppo di persone è citato anche nel libro di Gonzales Rodriguez. Il sito è anche in italiano, dateci un'occhiata: conoscerete una realtà veramente difficile da spiegare ed accettare.
sabato, 13 maggio 2006
SUGLI STUDI DEI PITTORI
Il primo in cui mi trovai, meno importante in termini artistici (non si trattatava di un pittore vero e proprio) ma, per certi versi, più importante in termini personali perché era lo studio di un anziano parente del quale non sapevo quasi nulla e, men che meno, che amasse dipingere per diletto. Una volta che per un funerale andai a casa sua e cominciando a parlare di cose che non riguardavano la nostra famiglia, mi portò in quel garage, vicino ad altri e anonimi garage in una palazzina altrettanto anonima, e mi mostrò le sue tavole, non tele. Erano pezzi di legno rettangolari e sottili di varie dimensioni e i soggetti principali erano laghetti con alberi intorno, boschi, campi. Le forme dei soggetti erano stilizzati come lo possono essere solo certi disegni dei bambini, forme semplici con abbozzi di ombre che rispecchiavano in modo incerto le sagome dalle quali venivano prodotte. C’erano diverse cose buttate un po’ a casaccio in quello stanzino ma ricordo solo quei pezzi di legno con delle immagini ricorrenti: piante, laghetto, bosco. La cosa che mi aveva colpito era che, anche un fratello di questo parente, un giorno si mise a dipingere e i due fratelli, uno all’insaputa dell’altro, produssero un quadro con gli stessi identici soggetti collocati nelle medesime posizioni. I due quadri stanno in due case diverse e ogni volta ci si meraviglia della straordinaria somiglianza.
La prima volta che andai invece nello studio di un pittore fu……non so, forse più di quindici anni fa. Un conoscente olandese aveva acquistato diverse opere di un tal Giacomo Malfanti pittore in Monticelli d’Ongina e voleva organizzare una mostra ad Amsterdam. Non potendo venire in Italia a farlo personalmente, mi chiese se potevo contattare l’artista, metterlo al corrente di questa idea ed eventualmente chiedergli un’opinione oltre che del materiale biografico da inviare in Olanda a contorno della mostra.
Monticelli d’Ongina è un piccolo borgo in provincia di Piacenza, famoso per la produzione di aglio. E’ un luogo a cavallo tra la pianura e le prime colline del Gutturnio, subito dopo il Po.
Malfanti aveva il suo studio in paese, si passava dai portici costeggiando dei negozietti, si entrava in un portone di legno che dava su un cortile, il cortile non me lo ricordo bene ma c’erano molti gatti, un barchessale sulla sinistra da cui partiva una scala che portava ad un piano superiore. Era una specie di solaio, un ibrido forse tra un solaio vecchio e un barchessale, forse un barchessale chiuso dotato di finestrelle, con i raggi del sole che facevano capolino dalle travi del soffitto. Anche in quella specie di studio c’erano moltissimi gatti, padroni indiscussi del luogo. Mi ricordo che era estate e Malfanti era dietro alla porta su una poltrona vecchia, c’era un gatto su altro divanetto vecchio.
- Forse ci sarà qualche pulce – mi disse
- Non è un problema – gli risposi
Ricordo che rimase sorpreso del fatto che qualcuno volesse fare una mostra dei suoi quadri ad Amsterdam, parlammo genericamente di qualcosa che non ricordo ma ricordo colori e boccette, tavolozze. Era un posto tranquillo, si sentivano i piccioni tubare, non si sentivano altri rumori e quello sembrava un luogo a parte rispetto al centro del paese nel quale si trovava. Malfanti me lo ricordo molto anziano e tranquillo e quel posto mi sembrava tutto tranne che uno studio di pittore, mi sembrava piuttosto un alcova o così mi piaceva pensare……..mi sarebbe piaciuto essere lì negli anni cinquanta, non so perché.
Giacomo Malfanti - Inverno (collezione C. Cattivelli)
venerdì, 12 maggio 2006

Aesculus al Valentino
giovedì, 11 maggio 2006
.......stamani gli omini indiani e marocchini buttavano quella cosa bianca nei cespi di romana per darle il caratteristico colore chiaro........successivamente sono passati con gli elastici a chiuderli.
mercoledì, 10 maggio 2006
A COSA SI PENSA QUANDO SI PARLA DI INSALATA.
Lo so.
Già vedo i vostri volti segnati da un sorrisino ironico: Contorno che parla di insalata.
E che male c'è?
Voi non avete mai pensato seriamente all'evoluzione di una piantina d'insalata? Io sì e non solo a causa del nome che porto.
Voi che andate al mercato rionale, al mercato infrasettimanale (magari il martedì).
Voi che andate all'iper-super-mega coop o discount o altro e ignobile sovraffollato luogo.
Voi che state lì, in beata contemplazione dopo esservi aggirati nel reparto ortofrutticolo, scrutando varietà e prezzi e formati: "Prendo la riccia, la romana, la ghiaccio, la lattuga, il lattughino, la scarola, la canasta, la barba di frate, la ‘mbriaca....." (e può anche darsi che due o più di questi ultimi nomi indichino esattamente la stessa identica cosa). Certo, potremmo parlare indifferentemente di insalata o radicchio piuttosto che di rucola e valeriana.......ne esiste addirittura una dedicata alla Lollobrigida, si chiama Rosso Lollo o qualcosa del genere in onore della colorita chioma dell'artista anche dopo lustri e lustri dalla sua nascita. Ma no, fermiamoci all'insalata in senso ampio. C'è tutto un universo che gira intorno a questo contorno, c'è addirittura chi ne mette un pochino nel minestrone. Niente male, eh? Sì ma io dico: voi, all'insalata, c'avete mai pensato? Da quando nasce nel suo piccolo, minuscolo alveolo nero in una serra calda e umida e poi trapiantata in lunghissimi campi sterminati, punteggiati e coloriti a seconda della varietà? Eh no, io sono certo che non avete immaginato. Ma pensateci un attimo, magari ora state correndo verso il frigorifero per testare lo stato di conservazione dell'ultimo cespo acquistato - magari qualche giorno fa - scoprendo, con un moto di sorpresa, che l'oggetto del vostro cercare ora è tutto appassito nel vano verdura proprio laggiù, in fondo all’elettrodomestico salva-freschezza. Ma che vi credevate, che l'insalata ha durata eterna o che il frigorifero la conservi come si conserva un cadavere nella cella frigorifera di una sala mortuaria?
Eh, eh, eh: vi ho colto in castagna......Obs, scusate, non vorrei che equivocaste: non parlerò di frutta e per le castagne c'è ancora moltissimo tempo davanti a noi.
Dietro all’insalata c’è un che di scontato che mette proprio tristezza, ve lo posso assicurare.
- Caspita quanto è cara……..e pensare che la vendono tutta bagnata così pesa di più e noi paghiamo quell’acqua allo stesso prezzo dell’insalata!!!! -
- Eh signora mia, oppure se non si sta attenti e non la si guarda bene, c’è il rischio che dentro ci sia del marcio e paghiamo il marcio come se fosse sano……. –
- Ha ragione signora mia……poi da quando ci stanno gli euri non ne parliamo mica…..-
E così, se mai andaste a far la spesa……
L’insalata, spesso, viene piantata a mano quindi potete immaginarvi piantare ettari ed ettari ed ettari di piantine di insalata alte un mignolo dei miei e larghe un pollice.
A mano.
Con le ginocchia perennemente a terra e la schiena rivolta al sole d’estate, con le ginocchia nel fango e la schiena sotto la pioggia quando fa brutto. Eh sì, perché l’insalata ha dei tempi e i tempi sono esattamente quelli di un prodotto che deve essere bello, buono, rapido da consegnare, veloce da consumare: un prodotto idoneo al mercato-rapido, al consumatore-rapido. E così anche il raccoglitore d’insalata deve essere svelto, pulire il cespo dalle foglie esterne magari brutte da vedere o dure o un poco bucherellate, togliere le lumachine se la stagione è un poco umida, togliere le foglie appassite se invece è troppo calda.
Ieri, per esempio, passando da una località, ho visto un capannello di persone con l’impermeabile in mezzo ad un campo. Aveva da poco smesso di diluviare ma loro erano là a raccogliere l’insalata: rossa, verde e bianca, uomini e donne, insozzati di melma fino alla radice dei pensieri. Qualche settimana prima, passando di là, erano chinati a piantarla. Gli stivali di gomma con il freddo, credetemi, non sono il massimo della vita anzi, se possibile, la rendono ancora un filo peggio di quanto già non sia.
E il fango amici miei! Mi era quasi venuta la tentazione di telefonare alla mia amica “Ciccia” per consigliarle di non buttare soldi dall’estetista a farsi i fanghi, che poteva benissimo offrirsi come raccoglitrice di insalata (ma solo dopo un abbondante acquazzone, intendiamoci!). Un vero spreco buttare i soldi in quel modo quando si viene addirittura pagati per sporcarsi a quel modo!!!!
C’è un altro lato della medaglia: la "speculazione insalatesca": ritengo non sia una leggenda metropolitana e qualcuno ci lucrerà su ma non ne so nulla per poterne parlare.
Ah bene cari amici ora lo so! Quando mi capiterà ancora di andare a comperare un cespo di insalata, di qualsiasi tipo essa sia, non potrò fare a meno di pensare a quegli uomini e a quelle donne con impermeabili colorati chiazzati di fango intenti a lavorare dopo un acquazzone in mezzo ad un campo.
venerdì, 05 maggio 2006
A PROPOSITO DI PIC NIC
Io mi ricordo, anni fa, postai una cosa sul forum di turno. Era inverno e, come da tradizione, era il periodo in cui qui si faceva "la maialata" ossia si ammazzava il maiale e per tutta la giornata si festeggiava cioè il norcino faceva i salami e quant'altro, le donne cucinavano e cucivano i budelli dei salami e quando si tornava dai campi si faceva un gran pranzo e la sera una gran cena che il colesterolo, quel giorno, regnava sovrano e il divertimeno anche. Non si pensava a nulla se non al divertimento, a mangiare e a bere. dicevo, sul forum di turno avevo postato qualcosa del tipo "vi va di venire alla cena del maiale?".......beh alcuni dissero di sì ridendo e scherzando e infatti non vennero ma anche Lilla disse di sì ridendo ma a scherzare venne qui con il suo sassofono......e i commensali, che non erano avvezzi ai sassofoni e forse non ne avevano mai visto uno, rimasero contenti.....la Lilla portò un vino sardo che dai più fu molto apprezzato. Prima di usarlo fece scaldare il sassofono vicino alla stufa a legna perché l'aveva tenuto in macchina con il freddo lombardo e se è troppo freddo non suona bene, i suoni sono storpiati o qualcosa del genere. Lilla aveva una chioma bionda, fluente e una voce calda e amichevole. Non "squillava", parlava come si parla tra persone che si conoscono. La cosa che mi ha colpito di più è il fatto d'aver detto "ci sarò" e così fu.
giovedì, 04 maggio 2006
Mah......
periodaccio
e
sto
qua
in silenzio........
bonne nuit à tout le monde
mercoledì, 03 maggio 2006
Mi servirebbe più tempo per parlare di un luogo che mi piace molto. Dà tranquillità e la poesia che in esso e contenuta va al di là delle parole ad effetto. Me lo sento quasi come il mio alter ego e lo trovate qui:
www.linograz.splinder.com
E' l'unico blog che ho nei link, oltre al mio degli alberi, non me ne vogliano le vecchie conoscenze, ma questo di Lino è veramente un posto superlativo che merita di essere letto. In mezzo al "qualunquismo" webbico ci sono delle rare, piccolissime perle.
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